Esposto Garlasco contro De Rensis: quando il legale 'detta la linea' in TV, cosa rischia

Palazzo di Giustizia, vista esterna di un tribunale italiano in pietra chiara

Photo : Tournasol7 / Wikimedia

4 min di lettura 29 aprile 2026

L'esposto depositato il 24 aprile 2026 alla Procura generale di Milano dalla giornalista Chiara Ingrosso ha riaperto un dibattito antico ma sempre più urgente: dove finisce il diritto di cronaca e dove inizia l'inquinamento del processo? Al centro c'è Antonio De Rensis, l'avvocato di Alberto Stasi nel caso Garlasco, accusato di aver "guidato la linea" di alcune trasmissioni televisive sull'omicidio di Chiara Poggi. Il caso, raccontato da Selvaggia Lucarelli su Il Fatto Quotidiano del 28 aprile 2026, solleva una domanda concreta per chi un legale lo deve scegliere: quali sono i limiti deontologici di un avvocato che parla con i media?

Cosa contiene l'esposto

Secondo Open e Affaritaliani, l'esposto è stato depositato dalla giornalista Chiara Ingrosso, già corrispondente per la trasmissione "Far West" condotta da Salvo Sottile. Il documento, presentato il 24 aprile alla Procura generale di Milano, ricostruisce attraverso screenshot di conversazioni, file audio e immagini un presunto coordinamento tra l'avvocato De Rensis e alcune redazioni televisive sui contenuti relativi al caso Garlasco.

Il riesame della morte di Chiara Poggi, riaperto nei mesi scorsi sull'ipotesi di un "omicidio di gruppo", è da tempo al centro di una saturazione mediatica senza precedenti. De Rensis, difensore di Stasi, ha replicato con durezza: "Operazione spazzatura", ha dichiarato secondo Virgilio, annunciando battaglia legale. Selvaggia Lucarelli, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, ha definito la vicenda "il Far West di Garlasco", denunciando un sistema in cui le indagini televisive sembrano sostituirsi a quelle giudiziarie.

Cosa dice la legge italiana

La cornice normativa esiste ed è chiara, anche se applicata raramente. L'articolo 114 del Codice di procedura penale, consultabile sul portale Normattiva del Governo italiano, vieta la pubblicazione integrale o per estratto di atti coperti dal segreto. L'articolo 326 del Codice penale punisce la rivelazione di segreti d'ufficio. Per gli avvocati esiste poi il Codice deontologico forense, che agli articoli 17 e 18 disciplina i rapporti con i media: il legale può commentare il caso del proprio assistito, ma non può "strumentalizzare i mezzi di informazione" per influenzare il giudice o gli organi inquirenti.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, già nel 2018 e poi con risoluzioni successive, ha richiamato l'attenzione sui rischi del "processo mediatico", ricordando che la presunzione di innocenza è un diritto costituzionale e che la pressione televisiva può alterare il diritto alla difesa.

Cosa rischia un avvocato che "detta la linea" alla TV

Per un legale, la sanzione disciplinare può essere severa. Il Consiglio Distrettuale di Disciplina può aprire un procedimento d'ufficio o su segnalazione, con conseguenze che vanno dall'avvertimento alla sospensione dall'esercizio della professione fino a 12 mesi. Nei casi più gravi è prevista la radiazione dall'albo. Se il comportamento configura reati come la rivelazione di segreto d'ufficio o il favoreggiamento, scatta anche la responsabilità penale.

Per il cliente, il danno è doppio. Da un lato, la sovraesposizione mediatica può complicare la propria posizione processuale, polarizzando l'opinione pubblica e potenzialmente i giudici. Dall'altro, una sanzione al difensore può tradursi in una difesa indebolita nelle fasi successive del procedimento.

Quando il "processo TV" diventa un problema concreto

La vicenda Garlasco-Far West non è un caso isolato. Le inchieste televisive che si trasformano in tribunali paralleli sono diventate una costante del giornalismo italiano dell'ultimo decennio. La differenza, oggi, è la viralizzazione: un audio o uno screenshot pubblicato la sera in prima serata può raggiungere milioni di utenti su social entro la mattina successiva, prima che la difesa abbia avuto modo di replicare.

Per chi è coinvolto in un'indagine penale, anche solo come persona informata sui fatti, il rischio reputazionale è oggi quasi pari a quello processuale. Lo dimostra anche il caso Equalize, in cui la stessa Selvaggia Lucarelli è risultata tra le persone spiate dal sistema di dossieraggio illegale: chi indaga sui media può a sua volta diventare oggetto di indagini, lecite o meno.

Cosa fare se il tuo caso finisce in TV

Se sei coinvolto, anche marginalmente, in un'indagine che approda alla cronaca televisiva, ci sono passi concreti da fare subito.

  1. Scegli un avvocato che conosca la materia mediatica: non tutti i penalisti sono attrezzati per gestire la pressione delle telecamere. Cerca un legale con esperienza specifica in diffamazione e diritto dell'informazione.
  2. Documenta ogni passaggio mediatico: salva con timestamp ogni servizio TV, articolo o post social che ti riguarda. Possono diventare prove in cause civili per diffamazione o nel procedimento principale.
  3. Valuta una diffida formale: prima di una causa, una lettera dell'avvocato alla redazione può ottenere rettifiche o la rimozione di contenuti gravemente inesatti.
  4. Chiedi il diritto di rettifica e di replica: previsto dalla Legge 47/1948 sulla stampa, è uno strumento sottoutilizzato ma efficace.

L'inchiesta giornalistica investigativa ha un valore democratico fondamentale, come hanno ricordato altri casi recenti, ma il suo confine con la spettacolarizzazione del processo penale resta sottile. Per i protagonisti delle inchieste, conoscere i propri diritti è il primo passo per non subire un secondo processo, quello dell'opinione pubblica, già perso prima ancora che il primo giudizio arrivi a sentenza.

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