Il 13 aprile 2026 è andato in onda l'ultimo episodio di Lo Stato delle Cose, il programma di Massimo Giletti su Rai 3, chiuso in anticipo dalla rete con una decisione che ha scatenato polemiche. La puntata finale ha dedicato ampio spazio al caso Garlasco: nuove prove del DNA, l'identificazione del cosiddetto «Ignoto 2» e interrogativi irrisolti sulla condanna di Alberto Stasi. Una vicenda che torna sotto i riflettori a quasi vent'anni dal delitto e che solleva domande fondamentali su come la prova scientifica funziona — o non funziona — nei processi penali italiani.
La fine di un programma e un caso ancora aperto
Massimo Giletti ha annunciato la chiusura di Lo Stato delle Cose con parole cariche di frustrazione: «Non andremo in onda perché, capite, i programmi di successo... sapete cosa succede». La Rai ha risposto che la chiusura rientra nel piano editoriale ordinario. Dietro questa disputa mediatica, però, c'è qualcosa di più sostanzioso: l'ultima puntata ha aggiornato l'Italia sulle novità forensi del caso Garlasco.
Chiara Poggi fu uccisa il 13 agosto 2007 a Garlasco, in provincia di Pavia. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione. Tuttavia, secondo quanto riferito da Giletti nella sua trasmissione, nuovi test sul DNA di «Ignoto 1» avrebbero individuato compatibilità con la linea paterna di Andrea Sempio, un conoscente della vittima. I messaggi trovati sul computer di Chiara, attribuiti a Sempio, stanno alimentando nuove richieste di riesame.
Cosa dice il DNA in un'aula di tribunale
Il caso Garlasco illustra perfettamente una questione che in Italia — e in tutto il mondo — preoccupa avvocati e giudici: quanto è affidabile la prova del DNA nel contesto di un processo penale?
La risposta, secondo le norme processuali italiane, non è mai assoluta. Il codice di procedura penale (art. 187 c.p.p.) impone che le prove siano valutate nella loro attendibilità complessiva. Il DNA fornisce una corrispondenza statistica, non una certezza matematica. Come ha ricordato il Tribunale di Vigevano in un'ordinanza del 2024 sul caso Sempio, la compatibilità con una linea paterna non è equivalente all'identificazione del soggetto: può escludere un individuo, ma non sempre identificarlo univocamente.
Un avvocato penalista con esperienza in casi forensi spiega la distinzione critica: la prova del DNA è una prova scientifica che va letta nel contesto di tutta l'istruttoria. Se un profilo risulta «compatibile» con una linea paterna, significa che potenzialmente migliaia di persone con quella stessa discendenza condividono quel profilo. L'identificazione richiede ulteriori prove.
Revisione di sentenza: quando si può chiedere?
Il caso Stasi-Garlasco apre un tema delicato: la revisione di una sentenza definitiva. In Italia, l'istituto della revisione (art. 629 c.p.p.) consente di riesaminare condanne passate in giudicato solo in casi specifici:
- Nuove prove decisive emerse dopo la sentenza, che non potevano essere prodotte nel processo precedente
- Contraddizione con altra sentenza relativa agli stessi fatti
- Prova della falsa testimonianza di un testimone chiave
Per il caso Garlasco, il nodo centrale è: il DNA di «Ignoto 2» — il cui profilo, secondo quanto emerso nell'aprile 2026, sarebbe compatibile con Sempio — costituisce una «prova nuova decisiva»? La risposta dipende da una valutazione tecnica e giuridica molto precisa, che spetta ai difensori di Stasi presentare alla Corte d'Appello competente.
Secondo i legali di Alberto Stasi, intervistati nelle ultime settimane dal programma di Giletti, sono già state depositate istanze di revisione che includono i nuovi dati biologici. La Procura, dal canto suo, ha sottolineato che l'identificazione non è completa e che la compatibilità del DNA non è sufficiente a ribaltare una sentenza definitiva.
Il valore della difesa tecnica nei processi con prove scientifiche
Il caso Garlasco è anche un caso studio su cosa può fare — e cosa non può fare — un avvocato penalista quando le prove scientifiche dominano il dibattimento.
La perizia di parte: In Italia, le parti possono nominare propri consulenti tecnici (art. 225 c.p.p.) per contestare le perizie disposte dal giudice o dalla pubblica accusa. Nel caso del DNA, un consulente tecnico di parte può analizzare la catena di custodia dei campioni, la metodologia del laboratorio, la pulizia dei reagenti utilizzati e la corretta interpretazione statistica dei match. Errori in ciascuno di questi passaggi possono invalidare anche un'analisi genetica apparentemente solida.
L'incidente probatorio: Per cristallizzare una prova scientifica, la difesa può chiedere che la raccolta e l'analisi avvengano in sede di incidente probatorio, con garanzie di contraddittorio. Questo tutela sia l'imputato sia l'integrità delle prove.
Il principio del ragionevole dubbio: In un sistema penale che si ispira al principio della presunzione di innocenza (art. 27 Costituzione), una prova del DNA che offre compatibilità statistica — senza escludere altri individui — non è, da sola, sufficiente a condannare. Il lavoro dell'avvocato difensore è proprio costruire quel ragionevole dubbio davanti alla giuria o al collegio giudicante.
Cosa fare se si è coinvolti in un processo con prove forensi
Il caso Garlasco è eclatante per la sua risonanza mediatica, ma situazioni analoghe — meno famose ma altrettanto gravi sul piano personale — si verificano ogni anno in Italia. Chiunque si trovi al centro di indagini in cui vengono acquisite prove biologiche ha diritto a una difesa tecnica adeguata, sin dalle prime fasi dell'istruttoria.
Un avvocato penalista specializzato in diritto forense può:
- Verificare la catena di custodia dei campioni biologici acquisiti dalla polizia scientifica
- Nominare un consulente tecnico di parte per analizzare i risultati del laboratorio
- Opporsi all'ammissibilità di prove raccolte in modo irregolare
- Presentare istanza di revisione se emergono nuovi elementi dopo la condanna definitiva
Secondo i dati del Ministero della Giustizia, nel 2025 sono state presentate in Italia 487 istanze di revisione (secondo i dati di giustizia.it), di cui solo una quota limitata ha raggiunto la fase dibattimentale. Questo indica quanto sia complesso rovesciare una sentenza definitiva — e quanto sia essenziale costruire una difesa solida sin dall'inizio del procedimento.
La giustizia mediatica non sostituisce quella processuale
Il caso Garlasco, rivissuto nell'ultima puntata di Giletti, ci ricorda che i processi non si concludono né si riaprono in televisione. La giustizia mediatica può portare alla luce elementi nuovi — come è accaduto con i dati sul DNA di Sempio — ma la valutazione tecnica e giuridica spetta esclusivamente ai tribunali.
Se stai affrontando un procedimento penale in Italia, o se ritieni che una sentenza che ti riguarda debba essere riesaminata alla luce di nuovi elementi, la prima cosa da fare è consultare un avvocato penalista esperto in prove forensi. Su Expert Zoom puoi trovare professionisti specializzati in diritto penale e scienze forensi, disponibili per una prima consulenza riservata.
Nota YMYL: Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo informativo e non costituiscono consulenza legale. Per qualsiasi questione penale, rivolgiti a un avvocato iscritto all'Albo.

Chiara Romano