«Per l'Italia il rischio è vicinissimo allo zero». Con queste parole, il 12 maggio 2026 la virologa Ilaria Capua, senior fellow alla Johns Hopkins University di Bologna ed ex direttrice del One Health Center of Excellence dell'Università della Florida, ha provato a spegnere l'allarme nato attorno ai nove casi di Hantavirus identificati dall'OMS, di cui tre mortali, collegati alla nave da crociera MV Hondius. Eppure, come ha rilevato la stessa Capua in un'intervista a Fanpage.it, sul caso si sono registrati «toni da psicosi collettiva» che spingono molti italiani a chiedersi se ogni febbre o difficoltà respiratoria meriti una corsa al pronto soccorso. La risposta degli esperti è più sfumata.
I numeri reali dell'outbreak di Hantavirus
Secondo i dati OMS aggiornati al 12 maggio 2026, i casi confermati a livello globale restano nove, con una letalità del 33% nel cluster specifico legato alla nave da crociera. Capua, intervistata da Il Messaggero, ha definito l'Hantavirus «una malattia grave, ma rara, che non ha dinamiche esplosive» e ha ricordato che «in biologia lo zero assoluto non esiste, ma il rischio per l'Italia è quanto più vicino possibile allo zero». La trasmissione interumana, ha precisato a Affaritaliani, è «difficile»: il virus si trasmette principalmente per via aerosolica dal materiale infetto dei roditori, non da persona a persona.
L'Istituto Superiore di Sanità non ha emesso allerte specifiche per il territorio nazionale e nessun caso autoctono è stato registrato in Italia. Il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) classifica il rischio per la popolazione europea come basso.
Perché la «psicosi collettiva» è un problema medico
La sovrastima del rischio non è un fenomeno innocuo. Quando la percezione del pericolo si scollega dai dati, i pronto soccorso vengono saturati da pazienti con sintomi banali e i veri casi gravi rischiano di essere ritardati. È quanto ha sottolineato Capua intervenendo sulla Gazzetta di Modena l'11 maggio: «Stiamo tranquilli. Rischio diffusione molto basso».
Il problema, secondo i medici di medicina generale, è che la febbre, la tosse e la stanchezza sono sintomi aspecifici comuni a decine di patologie. Saperli riconoscere e contestualizzare è il primo passo per evitare visite inutili senza ignorare segnali importanti.
Quando andare davvero dal medico
Un internista o un medico di famiglia raccomanda di consultare il proprio professionista sanitario quando:
- La febbre supera i 38,5°C e persiste oltre 48-72 ore senza miglioramento.
- Compare difficoltà respiratoria a riposo, non solo sotto sforzo.
- Si manifestano sintomi neurologici come confusione, rigidità nucale o cefalea improvvisa e violenta.
- Vi è stato un viaggio recente in aree a rischio o un'esposizione documentata a roditori (cantine, fienili, baite chiuse da mesi).
- Si appartiene a categorie fragili: immunodepressi, anziani over 70, donne in gravidanza, pazienti oncologici.
In assenza di questi fattori, una sintomatologia influenzale lieve di solito si risolve in 5-7 giorni con riposo e idratazione. Ricorrere al 118 per una febbre serale isolata o per stanchezza dopo un giorno intenso significa, paradossalmente, aumentare il rischio sanitario complessivo.
Sintomi respiratori reali vs ansia da contagio
Distinguere un disturbo organico da un attacco d'ansia non è semplice, soprattutto in un contesto mediatico carico. I segnali che orientano verso una causa ansiogena includono respirazione superficiale e rapida senza desaturazione misurabile, formicolio agli arti, sensazione di nodo alla gola che si attenua con la distrazione. Una tosse produttiva con espettorato, dolore toracico durante l'inspirazione profonda o saturazione di ossigeno sotto 95% misurata con pulsossimetro indicano invece un possibile problema polmonare e richiedono valutazione medica.
Per dirimere il dubbio, molti medici di famiglia ricevono anche per consulenze brevi telefoniche o telematiche, evitando al paziente uno spostamento inutile e occupando meno il sistema sanitario.
Prevenzione e buon senso: cosa fare adesso
In attesa che l'OMS aggiorni il quadro epidemiologico, le raccomandazioni di Capua e degli organismi sanitari restano elementari: lavaggio frequente delle mani, ventilazione degli ambienti chiusi a lungo non utilizzati prima di entrarvi (cantine, garage, case di campagna), uso di mascherina e guanti se si maneggiano materiali potenzialmente contaminati da feci di roditori. Per chi rientra da viaggi all'estero e manifesta sintomi entro 30 giorni, è utile segnalare al medico la storia del viaggio.
Capua, che proprio in questi giorni presenta il suo nuovo libro «Non mollate. Manuale di resistenza per l'affermazione del talento femminile» (uscito il 28 aprile), ha riassunto così il punto: la scienza fornisce numeri, il buon senso fornisce le risposte. Per chi ha dubbi clinici concreti, consultare un medico di medicina generale o uno specialista in malattie infettive resta il filtro più efficace, sia per la salute personale sia per la tenuta del sistema sanitario.
Maggiori informazioni epidemiologiche aggiornate sono disponibili sul portale dell'Istituto Superiore di Sanità.
Le informazioni riportate hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere di un medico. In caso di sintomi persistenti o gravi, consultare il proprio medico di fiducia o recarsi al pronto soccorso.
