Il 5 maggio 2026, in diretta su Rete 4 durante "È sempre Cartabianca", Mauro Corona ha pronunciato una frase destinata a far discutere: «Vorrei vederlo con il cappio al collo», riferendosi al ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. Il risultato? Una querela e una richiesta di risarcimento da 600.000 euro, secondo quanto riportato da TvBlog. Una vicenda che solleva una domanda che riguarda tutti: dove finisce la libertà d'opinione e dove inizia il reato, anche in televisione?
Cosa è successo il 5 maggio 2026 su Rete 4
Il contesto era la crisi in corso tra Israele e la Flottiglia Globale Sumud, intercettata dalla marina israeliana al largo di Creta mentre tentava di raggiungere Gaza. Ben-Gvir aveva festeggiato una ricorrenza con una torta raffigurante un cappio, in riferimento a una proposta di legge sulla pena di morte per chi "minaccia l'esistenza di Israele".
Commentando le immagini in studio con Bianca Berlinguer, Mauro Corona ha pronunciato le parole che hanno scatenato la polemica. La conduttrice ha tentato di smorzare il momento, ma la dichiarazione era già andata in onda su una rete nazionale con milioni di spettatori.
Come mostrano i precedenti legati ai diritti televisivi e alle regole AGCOM sui contenuti trasmessi, in Italia le emittenti rispondono dei contenuti andati in onda: la responsabilità non ricade solo su chi parla, ma anche sul broadcaster che trasmette senza intervenire.
Cosa dice la legge italiana sulla libertà d'espressione in televisione
In Italia, la libertà di manifestazione del pensiero è garantita dall'articolo 21 della Costituzione. Ma questo diritto non è assoluto: incontra limiti precisi codificati nel Codice Penale e nelle norme di settore.
L'articolo 604-bis del Codice Penale — introdotto dalla cosiddetta "Legge Mancino" e successive modifiche — punisce con la reclusione fino a un anno chi propaga idee fondate sull'odio razziale o etnico, o istiga ad atti di discriminazione. La pena sale fino a 4 anni se dall'istigazione deriva violenza concreta.
Secondo le linee guida dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), le trasmissioni televisive devono rispettare la dignità umana, evitare contenuti che incitino alla violenza e non trasmettere dichiarazioni suscettibili di configurare reato. Le emittenti rischiano sanzioni amministrative fino a 516.000 euro per ogni violazione accertata dall'Autorità.
La querela da 600.000 euro: cosa succede quando si viene denunciati per parole dette in TV
Una querela è una denuncia formale presentata alla Procura della Repubblica da chi si ritiene vittima di un reato. La richiesta di risarcimento da 600.000 euro citata nel caso Corona rappresenta la componente civile che accompagna l'eventuale azione penale: se il giudice condanna, il danneggiato può ottenere il risarcimento del danno morale e materiale.
Quando si riceve una querela per dichiarazioni pubbliche, il procedimento tipico in Italia prevede:
- Iscrizione nel registro degli indagati: la Procura valuta gli atti e decide se procedere o richiedere l'archiviazione
- Convocazione dell'indagato per l'interrogatorio garantito, facoltativo nelle prime fasi
- Richiesta di rinvio a giudizio o archiviazione: se il PM ritiene ci siano prove sufficienti, chiede il processo
- Udienza preliminare davanti al GUP, che decide se mandare a processo o prosciogliere
- Processo e sentenza, con eventuale condanna al risarcimento del danno civile
La difesa in questi casi può fare leva sulla mancanza di dolo specifico (l'intenzione reale di incitare all'odio), sul contesto polemico della dichiarazione, o sull'assenza di effetti concreti provocati dalle parole nel pubblico.
Social media, web e libertà d'espressione: non vale solo per le TV
Il caso di Mauro Corona illumina una realtà che riguarda sempre più persone, anche al di fuori del circuito televisivo. Nell'era dei social media, chiunque può diventare "broadcaster" dei propri pensieri. Ma la legge italiana non distingue tra un commento in TV e uno online.
L'articolo 595 del Codice Penale sulla diffamazione aggravata, il citato articolo 604-bis sull'istigazione all'odio, e le norme sul cyberbullismo (Legge 71/2017) si applicano a qualsiasi medium: una storia su Instagram, un post su Facebook, un messaggio in una chat pubblica.
I rischi concreti per chi fa affermazioni "border-line" in pubblico includono:
- Querela per diffamazione: se la dichiarazione lede la reputazione di una persona identificabile, anche senza nominarla esplicitamente
- Denuncia d'ufficio per istigazione all'odio: nei casi più gravi, la Procura può procedere anche senza querela della parte offesa
- Richiesta di risarcimento civile in sede separata, anche in assenza di condanna penale
- Segnalazioni AGCOM o AGCM per contenuti trasmessi da emittenti commerciali o professionisti del settore
Quando consultare un avvocato: prima, non dopo
Il caso Corona dimostra che aspettare l'arrivo della querela per cercare assistenza legale è spesso troppo tardi. Un avvocato specializzato in diritto della comunicazione e diritto penale può intervenire in modo efficace in diverse fasi:
- Prima della pubblicazione: verificare il profilo di rischio di dichiarazioni sensibili, specialmente in ambito professionale o mediatico
- In risposta alla querela: predisporre memorie difensive che illustrino il contesto e la mancanza di dolo specifico
- In fase di trattativa: negoziare un accordo stragiudiziale che eviti il processo, spesso con risarcimento concordato inferiore alla richiesta iniziale
- In fase di indagine: richiedere l'archiviazione quando la dichiarazione non raggiunge la soglia penale richiesta dalla norma
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Le parole hanno peso legale: la lezione di Corona per tutti
«Vorrei vederlo con il cappio al collo»: tre parole che rischiano di costare a Mauro Corona 600.000 euro. In un Paese in cui il confine tra libertà d'opinione e reato dipende spesso dal contesto, dall'intenzione e dall'effetto percepito, conoscere i propri diritti — e i propri doveri — prima di parlare in pubblico non è un optional: è una necessità.
Che tu sia un professionista che partecipa a trasmissioni televisive, un imprenditore attivo sui social media o un privato cittadino che commenta eventi di attualità, un consulente legale esperto può guidarti prima che un commento improvviso diventi una causa da centinaia di migliaia di euro.
Questo articolo ha finalità informativa e non costituisce parere legale. Per situazioni specifiche relative a querele o contenziosi in corso, rivolgiti a un avvocato qualificato.

Chiara Romano