Dopo lo 0-3 casalingo contro la Lazio del 18 ottobre 2026, il capitano della Juventus Gleison Bremer ha attaccato pubblicamente alcuni compagni, accusandoli di "nascondersi" nei momenti difficili. Luciano Spalletti ha risposto che ognuno deve guardarsi dentro, Bremer compreso. Dietro lo scontro mediatico c'è una domanda concreta che riguarda ogni lavoratore: fino a dove si può criticare pubblicamente colleghi e datore di lavoro senza rischiare sanzioni?
Cosa è successo dopo Juventus-Lazio
Secondo le ricostruzioni di DCM e AreaNapoli, Bremer ha detto di non poter "portare in braccio" tutti e che c'è chi ha paura. Alle parole del difensore ha replicato Spalletti: in conferenza ha spiegato che il giocatore ha il diritto di fare la sua analisi, ma che "ci è dentro fino al collo anche lui", e che squadra e allenatore devono prima pensare a sé stessi.
Il caso è delicato perché Bremer non è un giocatore qualsiasi. Il club ha annunciato il rinnovo fino al 30 giugno 2029, e la fascia di capitano dà alle sue parole un peso istituzionale. Finora non risulta alcun provvedimento disciplinare e nessuna delle due parti ha parlato di rotture: la vicenda resta un confronto pubblico. Proprio per questo è utile capire cosa accadrebbe se la tensione degenerasse.
Il calciatore è un lavoratore subordinato
In Italia il rapporto tra calciatore professionista e società è disciplinato dalla legge 23 marzo 1981, n. 91. L'articolo 3 qualifica la prestazione sportiva a titolo oneroso come lavoro subordinato, con un contratto in forma scritta depositato presso la federazione. Il testo integrale è consultabile su Normattiva.
Questo significa che valgono, con gli adattamenti previsti dalla legge e dagli accordi collettivi tra Lega, federazione e associazione calciatori, gli obblighi generali del lavoratore: diligenza, obbedienza e soprattutto fedeltà. Gli articoli 2104 e 2105 del Codice civile vietano comportamenti che danneggiano l'impresa, e il datore può sanzionare le violazioni nei limiti dell'articolo 2106.
Non è la prima volta che il rapporto tra giocatori e club nella stagione 2026-27 finisce sotto la lente legale: lo abbiamo visto anche nel caso di Koopmeiners escluso dalla Juve con contratto in essere, dove il tema era cosa accade al contratto quando il club mette da parte un giocatore. Il filo comune è che un contratto sportivo, per quanto speciale, resta un contratto di lavoro con diritti e doveri reciproci.
Va aggiunto un punto spesso trascurato: le parole dette in sala stampa non sono "private". Un'intervista rilasciata a una testata o a un canale ufficiale del club è una dichiarazione pubblica a tutti gli effetti, e quindi valutabile sotto il profilo disciplinare. Diverso è lo sfogo nello spogliatoio, che resta comunque coperto da un dovere di riservatezza, ma la cui prova è più difficile da fornire per il datore di lavoro.
Cosa dice il diritto del lavoro sulle critiche pubbliche
Un avvocato giuslavorista imposta il tema su due piani che spesso si scontrano.
Il primo è la libertà di espressione, tutelata dall'articolo 21 della Costituzione e richiamata dall'articolo 1 dello Statuto dei lavoratori. Il lavoratore può esprimere opinioni critiche, anche sull'organizzazione in cui lavora.
Il secondo è l'obbligo di fedeltà. La giurisprudenza ammette il diritto di critica solo se rispetta tre requisiti: verità dei fatti, interesse pubblico o rilevanza della questione e continenza, cioè toni non offensivi né gratuitamente denigratori. Una critica generica al "gruppo" sul rendimento in campo è molto diversa dall'attribuire a persone identificabili comportamenti scorretti, o dal rivelare dinamiche dello spogliatoio.
Nel calcio pesano poi regole proprie: i contratti tipo e gli accordi collettivi prevedono sanzioni come ammonizione, multa, riduzione della retribuzione, e il codice di comportamento del club può includere clausole sui rapporti con i media. La cosiddetta "esclusione dalla rosa" come punizione è un terreno più controverso, perché la società ha l'obbligo di consentire al tesserato di allenarsi.
Il parere dell'esperto: quando la critica diventa illecito disciplinare
Per valutare un caso simile un legale guarda quattro elementi:
- il contenuto: critica sul risultato o accusa personale e verificabile?
- il canale: intervista ufficiale, social, chat privata poi diffusa?
- il ruolo: un dirigente o un capitano ha un dovere di riservatezza più stringente di un dipendente semplice;
- il precedente: il club ha già sanzionato condotte analoghe o ha tollerato comportamenti simili?
La coerenza del datore di lavoro conta molto. Una sanzione sproporzionata o discriminatoria rispetto a casi precedenti è impugnabile.
Un caso concreto: il dipendente che scrive "la squadra non funziona"
Non serve essere un calciatore per trovarsi in questa situazione. Immaginiamo Marco, responsabile di reparto in un'azienda logistica di Torino, assunto con un contratto del settore commercio. Dopo una consegna mancata che costa 12.000 euro di penale al cliente, scrive in un post pubblico su LinkedIn che "alcuni colleghi si nascondono e il management non decide".
Il datore di lavoro gli contesta per iscritto l'addebito. Qui scatta la procedura dell'articolo 7 dello Statuto dei lavoratori:
- Se la contestazione è tempestiva e specifica, Marco ha almeno 5 giorni per presentare le proprie difese, anche con l'assistenza di un sindacalista o di un avvocato.
- Se il datore ignora questo passaggio, la sanzione è nulla per vizio di procedura, a prescindere dal merito.
- Se il fatto viene accertato e la condotta è di lieve entità, la sanzione conservativa non può superare la multa pari a 4 ore di retribuzione base o la sospensione fino a 10 giorni.
- Se invece il post contiene accuse false e lesive di nominativi precisi, il datore può valutare un provvedimento più grave. Fino al licenziamento per giusta causa nei casi estremi, ma solo se il rapporto fiduciario è davvero compromesso e la sanzione è proporzionata.
Se Marco guadagna 2.000 euro netti al mese, una multa di 4 ore vale circa 45-50 euro; un licenziamento invece azzera il reddito. Per questo sapere fin dall'inizio quale difesa preparare, e non cancellare in fretta il post, può cambiare l'esito. Un avvocato verifica il contratto collettivo applicato, la data della contestazione, il rispetto dei termini e la proporzionalità: sono gli stessi controlli che si fanno per un professionista dello sport.
Cosa fare se ti trovi in una situazione simile
Prima di rispondere a una contestazione disciplinare, conviene seguire un ordine preciso:
- conserva tutto: lettera di contestazione, messaggi, post, data di ricezione;
- non cancellare né modificare i contenuti contestati: potresti peggiorare la tua posizione;
- rispetta i termini: le difese vanno presentate entro il termine indicato, non oltre;
- non rilasciare altre dichiarazioni pubbliche finché non hai chiarito la strategia;
- chiedi un parere legale prima di firmare accordi, dimissioni o "chiarimenti" che sembrano innocui.
Anche per gli sportivi professionisti il percorso passa spesso da una fase di confronto interno, per poi arrivare, se necessario, al collegio arbitrale previsto dall'accordo collettivo o al giudice del lavoro.
Nota legale
Le informazioni di questo articolo hanno scopo divulgativo e non sostituiscono la consulenza di un avvocato. Le conseguenze di una critica pubblica dipendono dal contratto, dal contratto collettivo applicato e dalle circostanze concrete. Nel caso di Bremer e della Juventus, al momento non risultano provvedimenti disciplinari.
Parla con un avvocato giuslavorista
Se hai ricevuto una contestazione disciplinare, o temi che un tuo commento pubblico possa avere conseguenze sul lavoro, su Expert Zoom puoi confrontarti con avvocati esperti di diritto del lavoro. Descrivi la tua situazione, allega la contestazione e scopri quali margini di difesa hai prima che scadano i termini.

Chiara Romano