Ogni anno, mentre Governo e Parlamento discutono di tagli alle aliquote e riduzione del cuneo fiscale, si riacutizza in silenzio un prelievo che non appare su nessuna legge di bilancio: il drenaggio fiscale, conosciuto in inglese come fiscal drag e ormai ribattezzato dai media italiani tassa invisibile. Nel settembre 2026 le simulazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, elaborate sulle previsioni ufficiali di Banca d'Italia, hanno fatto risuonare l'allarme: tra il 2026 e il 2027 lo Stato potrebbe raccogliere fino a 13 miliardi di euro in più da lavoratori dipendenti e pensionati, senza approvare una sola nuova tassa e senza che nessuno lo senta annunciare.
Che cos'è il drenaggio fiscale e perché colpisce proprio nel 2026
Il meccanismo è semplice ma subdolo. Quando l'inflazione erode il potere d'acquisto, i datori di lavoro e l'INPS adeguano stipendi e pensioni all'aumento dei prezzi: il reddito nominale sale. Se però gli scaglioni IRPEF e le detrazioni non vengono rivalutati di pari passo con l'inflazione, quella quota di aumento nominale viene tassata a un'aliquota più alta — anche se in termini reali il lavoratore non guadagna un solo centesimo di più.
Banca d'Italia stima un'inflazione del 3,1% per il 2026 e del 2% per il 2027, con un rincaro cumulato del 5,2% nel biennio. Una crescita dei prezzi sufficiente a generare, nello scenario centrale degli economisti, circa 8,1 miliardi di euro di maggiore imposizione: circa 6 miliardi a carico dei lavoratori dipendenti e 2 miliardi sui pensionati. Nello scenario più sfavorevole — inflazione più alta delle attese — la cifra sale fino a 12,74 miliardi di euro: la stangata da 13 miliardi denunciata da la Repubblica il 28 settembre 2026.
I contribuenti italiani non vedranno mai questa voce in busta paga. La troveranno semmai nel conguaglio fiscale di fine anno o nel modello 730, sotto forma di IRPEF dovuta superiore alle attese. A quel punto, per molti, sarà troppo tardi per intervenire.
La riforma IRPEF del 2026 rischia di essere un'illusione
Il paradosso dell'anno in corso è che il Governo ha approvato una misura espressamente pensata per alleggerire il carico fiscale dei lavoratori: la riduzione dell'aliquota IRPEF sul secondo scaglione dal 35% al 33%, in vigore dal 1° gennaio 2026 per i redditi compresi tra 28.001 e 50.000 euro. La relazione tecnica allegata alla Legge di Bilancio 2026 stimava un risparmio medio di 150-250 euro annui per i contribuenti con redditi nella fascia 30.000-40.000 euro.
Tuttavia, se il drenaggio fiscale non viene corretto tramite rivalutazione degli scaglioni, quel beneficio rischia di essere interamente assorbito dall'inflazione. In sostanza, il taglio di due punti percentuali restituisce con una mano quello che il mancato adeguamento degli scaglioni riprende con l'altra. Per milioni di lavoratori dipendenti e pensionati, la riforma fiscale del 2026 potrebbe valere zero euro netti in termini di potere d'acquisto reale.
La reazione degli esperti: perché questa tassa è così difficile da combattere
Il fiscal drag è una delle forme di prelievo più difficili da percepire e da contrastare, proprio perché non appare mai come una voce negativa in busta paga. Al contrario: il lordo aumenta, le ritenute salgono in modo invisibilmente sproporzionato, e il netto cresce meno del dovuto. La differenza passa inosservata, soprattutto per chi non ha l'abitudine di analizzare i propri scaglioni IRPEF anno su anno o di confrontare le detrazioni spettanti con quelle effettivamente applicate.
Gli esperti di pianificazione patrimoniale e fiscale conoscono bene questo meccanismo e sanno che esistono strumenti legali per limitarne l'impatto, a condizione di agire prima della fine dell'anno fiscale. Tra le principali leve disponibili per i lavoratori dipendenti vi è la conversione di parte della retribuzione variabile in welfare aziendale (esente da tassazione IRPEF entro i limiti di legge), oppure i versamenti a fondi pensione complementari, deducibili dal reddito imponibile fino a 5.165 euro annui. Per i pensionati, invece, vale la pena verificare la corretta applicazione delle detrazioni IRPEF spettanti e valutare l'eventuale ricorso a rendite integrative a tassazione agevolata.
Caso concreto: quanto perde davvero Luca con 35.000 euro di reddito
Prendiamo il caso di Luca, lavoratore dipendente privato di 38 anni con un reddito imponibile IRPEF di 35.000 euro nel 2026. Applicando gli scaglioni vigenti, Luca paga il 23% sui primi 28.000 euro — pari a 6.440 euro di imposta — e il 33% sui restanti 7.000 euro, pari a 2.310 euro, per un'IRPEF lorda complessiva di 8.750 euro prima delle detrazioni per lavoro dipendente.
A gennaio 2027, il contratto collettivo di categoria di Luca prevede una rivalutazione del +3,1%, in linea con l'inflazione ISTAT: 1.085 euro lordi in più all'anno, circa 90 euro al mese. In termini reali, però, Luca non guadagna nulla: l'aumento compensa esattamente il rincaro dei prezzi che ha già subito nel corso del 2026.
Eppure quei 1.085 euro aggiuntivi vengono tassati interamente al 33% (rientrano nel secondo scaglione, che rimane fisso a quota 28.001 euro perché non rivalutato). Risultato: Luca verserà allo Stato 358 euro in più di IRPEF nel 2027 rispetto al 2026, senza alcun incremento reale del suo tenore di vita. Il netto mensile che percepirà aumenterà di circa 60 euro, non di 90: i 30 euro di differenza sono la quota mensile del drenaggio fiscale.
Se invece Luca avesse versato quegli stessi 358 euro a un fondo pensione complementare entro il 31 dicembre 2026, li avrebbe dedotti dall'imponibile IRPEF di quell'anno, abbattendo esattamente la quota che il fiscal drag gli sottrarrebbe nel 2027. Il risparmio fiscale immediato sarebbe di 358 × 33% = 118 euro di IRPEF in meno, con la quota versata che continua a crescere nel fondo. Non si tratta di trovare scappatoie: è pianificazione legale, e funziona perché le deduzioni previdenziali sono uno degli strumenti che il legislatore ha esplicitamente lasciato fuori dall'erosione del drenaggio fiscale.
Per i pensionati la dinamica è analoga ma meno flessibile: una pensione da 22.000 euro annui rivalutata del 3,1% sale a 22.682 euro. La quota aggiuntiva di 682 euro viene tassata al 23%, producendo 157 euro di tasse in più su un aumento che in termini reali vale zero. In questo caso le leve di ottimizzazione sono più limitate, ma includono la corretta applicazione delle detrazioni IRPEF per spese sanitarie e la verifica del corretto scaglione applicato dal sostituto d'imposta INPS.
L'indicizzazione degli scaglioni: la soluzione che non arriva mai
La soluzione strutturale al fiscal drag è nota e largamente condivisa dagli economisti: indicizzare automaticamente gli scaglioni IRPEF e le detrazioni all'inflazione, come avviene già in numerosi paesi europei. Nel sistema fiscale britannico, ad esempio, il meccanismo di uprating adegua ogni anno le soglie di tassazione all'indice dei prezzi al consumo, eliminando alla radice il problema. In Germania e in Francia esistono meccanismi analoghi di revisione periodica.
In Italia, questa misura viene discussa da anni ma non è mai stata attuata in modo permanente e automatico. Il Ministero dell'Economia stima che un'indicizzazione integrale costerebbe oltre 6 miliardi di euro annui — una spesa considerata insostenibile nell'attuale contesto di vincoli europei di finanza pubblica. Il dibattito tornerà certamente nella discussione sulla Legge di Bilancio 2027, la cui approvazione è attesa entro il 31 dicembre 2026. Chi aspetta la legge per decidere, però, arriverà in ritardo rispetto alle scadenze fiscali.
Cosa fare ora: le mosse prima della fine del 2026
Le strategie di ottimizzazione più efficaci contro il drenaggio fiscale devono essere impostate entro la fine dell'anno solare 2026, non dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della nuova manovra. I versamenti ai fondi pensione, le richieste di conversione in welfare aziendale, la pianificazione delle spese deducibili: ogni strumento segue le scadenze dell'anno d'imposta, non quelle legislative.
Per sapere se nella tua situazione specifica esiste un margine d'intervento reale, il punto di partenza è una consulenza personalizzata con un esperto di pianificazione fiscale e patrimoniale. La situazione di un lavoratore con 30.000 euro di reddito è molto diversa da quella di un pensionato con 25.000 euro, e le soluzioni vanno calibrate caso per caso. Puoi consultare la guida alla dichiarazione dei redditi 2026 e alle novità IRPEF per un primo orientamento, o prenotare direttamente una consulenza con un esperto su Expert Zoom. Una sola ora di confronto con un professionista può valere centinaia di euro di risparmio fiscale sui prossimi dodici mesi.
Nota: Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità giornalistica e informativa. Non costituiscono consulenza fiscale o patrimoniale. Per decisioni relative alla propria situazione reddituale, è necessario rivolgersi a un professionista abilitato.

Sofia Romano