Alessandro Romano ha esordito da titolare con la maglia azzurra il 25 settembre 2026, nel primo match di Nations League contro il Belgio allo Stadio Olimpico di Roma. Il risultato finale — 0-2 per i belgi — ha scatenato un acceso dibattito: quanto è giusto criticare un ventenne al suo primo esordio assoluto? Ma oltre la polemica calcistica, emerge una questione più profonda che riguarda tutti gli atleti, professionisti o amatori: come si gestisce la pressione di un errore sotto i riflettori di milioni di persone?
Il debutto che ha diviso l'Italia
Centrocampista del Cagliari nato nel 2006 a Winterthur da genitori italiani, Alessandro Romano ha percorso tutta la filiera delle selezioni giovanili svizzere — ben 34 presenze tra Under 17, Under 18 e Under 21 elvetica — prima di scegliere definitivamente l'Italia. «L'ho sentito nel cuore», ha dichiarato al quotidiano svizzero Blick. «Non era una scelta contro la Svizzera, ma in favore dell'Italia, il paese dei miei genitori e dei miei nonni.»
La convocazione da parte del commissario tecnico Roberto Mancini ha già fatto discutere. Ancora di più la decisione di schierarlo titolare dal primo minuto contro un Belgio solido e organizzato. Al 20° del primo tempo, un tentativo di disimpegno di Romano è andato storto: il pallone è finito sui piedi di Mika Godts, che ha finalizzato il contropiede belga portando il punteggio sull'1-0. Un errore che ha di fatto aperto la strada alla sconfitta finale per 2-0. Romano è stato sostituito al 65° minuto da Frattesi.
Nelle ore successive, i social si sono divisi: chi ha difeso il ragazzo — «è il suo esordio, dategli tempo» — e chi ha invocato selezioni più ponderate. Il centrocampista sardo ha mantenuto il silenzio, ma la riconvocazione per la sfida contro la Turchia conferma la fiducia di Mancini nel giocatore. Il punto vero, però, non è il dibattito tattico: è ciò che un episodio del genere fa alla testa di un giovane atleta.
La pressione mediatica e il cervello degli atleti
Nel calcio contemporaneo, un errore in una partita trasmessa in mondovisione non dura 90 minuti: dura giorni, settimane. I social media amplificano ogni disimpegno sbagliato in clip che circolano a milioni di visualizzazioni nel giro di poche ore. Per Romano, cresciuto lontano dai riflettori della Nazionale maggiore italiana, questo battesimo del fuoco ha le caratteristiche tipiche di quello che la psicologia dello sport chiama trauma da prestazione pubblica: un evento in cui l'identità dell'atleta si sovrappone all'errore commesso, rendendo difficile separare il «cosa ho fatto» dal «chi sono».
La pressione mediatica non è un fattore marginale nella performance sportiva: è una variabile che modifica fisiologicamente la risposta allo stress. Il corpo dell'atleta non distingue tra una critica face-to-face e migliaia di commenti negativi da follower anonimi. Entrambe attivano l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, aumentando la produzione di cortisolo e adrenalina. Se questo stato si protrae, la qualità delle decisioni tecniche nelle partite successive peggiora in modo misurabile.
Una meta-analisi pubblicata su Frontiers in Psychology nel luglio 2025 — che ha analizzato 24 studi randomizzati controllati su 853 atleti — ha documentato che gli interventi psicologici strutturati riducono significativamente l'ansia di stato, con un effect size classificato come «grande» (superiore a 0,8). Tradotto in termini pratici: la psicologia dello sport non è un lusso per i campioni, ma uno strumento con prove scientifiche solide, accessibile a qualsiasi atleta.
Come abbiamo già analizzato in relazione ai giovani calciatori italiani agli Europei Under 17 2026, la salute mentale degli atleti giovanili è una priorità che il sistema calcistico italiano fatica ancora a riconoscere come priorità strutturale.
Il caso Romano: anatomia di un debutto sotto pressione
Prendiamo un caso composito che rispecchia esattamente quanto vissuto da Romano il 25 settembre. Un calciatore di vent'anni esordisce da titolare in una competizione internazionale dopo anni trascorsi nelle giovanili di un altro paese. Al 20° minuto, un errore di disimpegno costa il gol alla propria squadra. Le telecamere lo riprendono in slow motion, la clip finisce su tutti i social. Nei cinque giorni successivi, riceve migliaia di commenti negativi direttamente sui suoi profili, molti dei quali mettono in dubbio le sue capacità tecniche e la sua scelta di nazionalità.
Senza supporto psicologico strutturato, questo tipo di evento — secondo la letteratura italiana sull'ansia da prestazione sportiva — può aumentare i livelli di cortisolo del 35-40% per le settimane successive, compromettendo la qualità delle performance in allenamento e in gara. Il cervello tende a fissarsi sull'episodio negativo attraverso il meccanismo del negativity bias: amplifica il peso emotivo dell'errore rispetto a tutti i momenti positivi della stessa partita, distorcendo la valutazione oggettiva della prestazione complessiva.
Se invece l'atleta ha già avviato un percorso con uno psicologo dello sport — anche solo 4-6 sessioni di lavoro su ristrutturazione cognitiva e strategie di resilienza — i tempi di recupero emotivo si riducono mediamente del 50%, e la probabilità di un calo prestativo prolungato nelle settimane successive diminuisce in modo significativo. Con 8-10 sessioni, si osserva anche un miglioramento stabile dell'autoefficacia percepita, un fattore critico per chi deve tornare in campo sapendo che milioni di persone lo guarderanno.
Un dato strutturale conferma che il problema è sistemico, non individuale: ricerche italiane recenti mostrano che una percentuale altissima di ragazzi tra i 13 e i 16 anni abbandona lo sport agonistico proprio a causa della pressione percepita e della mancanza di strumenti per gestirla. La pressione che Romano affronta davanti a milioni di telespettatori è qualitativamente diversa, ma emotivamente analoga, a quella di ogni giovane atleta che teme il giudizio di allenatori, genitori e compagni di squadra.
Cosa fanno concretamente gli psicologi dello sport
La psicologia sportiva non si limita alla retorica della "mentalità vincente". Lavora su strumenti concreti e misurabili, applicabili sia all'atleta professionista che all'amatore del sabato mattina:
Ristrutturazione cognitiva: rileggere un errore non come conferma di una propria inadeguatezza, ma come informazione utile. Romano potrebbe chiedersi: «Cosa mi ha insegnato quell'azione sul mio posizionamento in fase di disimpegno?» Invece di "sono un disastro", la domanda diventa "cosa posso correggere?"
Tecniche di regolazione dell'attivazione: training autogeno, respirazione diaframmatica, routine pre-gara standardizzate. Utili sia per chi si prepara a un match di Nations League, sia per un tennista amatoriale che partecipa a un torneo di circolo e sente il cuore battere a 140 bpm durante il riscaldamento.
Self-talk regolato: modificare il dialogo interiore automatico che scatta dopo un errore. Frasi rigide come «Ho rovinato tutto» vengono sostituite con valutazioni più equilibrate: «Questo è un singolo episodio che posso analizzare e superare».
Goal setting di processo: definire obiettivi legati alle azioni controllabili — posizionamento, comunicazione con i compagni, intensità nel pressing — e non esclusivamente all'esito del match. Un atleta che valuta la propria prestazione sul processo è più resiliente di uno che la valuta solo sul risultato.
L'Ordine degli Psicologi Italiani, che regolamenta la professione a livello nazionale, ha riconosciuto la psicologia dello sport come area di specializzazione formale. Questo rende più semplice per atleti e famiglie identificare professionisti qualificati e verificarne le credenziali prima di iniziare un percorso.
Dalla polemica alla consulenza: cosa fare dopo un errore pubblico
La storia di Romano non è ancora conclusa. Mancini lo ha riconvocato per la sfida di Nations League contro la Turchia a Bursa: un segnale inequivocabile di fiducia tecnica. Ma la vera domanda — quella che conta per qualsiasi atleta, dall'Under 14 al professionista affermato — è: come si torna in campo dopo un errore amplificato dai media?
La risposta non è solo tecnica. Non si tratta unicamente di affinare il disimpegno negli allenamenti settimanali. Si tratta di ricostruire il senso di competenza e sicurezza che un errore pubblico può erodere in poche ore. Qui entra in gioco il supporto di un professionista della salute mentale specializzato nello sport.
Per la stragrande maggioranza degli atleti italiani — quelli che non dispongono di staff tecnici multidisciplinari — questa consulenza è ancora più preziosa. Un percorso di 6-10 sessioni con uno psicologo dello sport può trasformare il rapporto con la performance, con il fallimento e con la propria identità atletica, riducendo il rischio di abbandono precoce e migliorando la qualità dell'esperienza sportiva nel suo complesso.
Expert Zoom permette di trovare professionisti della salute specializzati in psicologia sportiva e prenotare consulenze online, senza lunghe liste d'attesa e in modo accessibile da qualsiasi città italiana. Non serve essere Alessandro Romano per meritare quel tipo di supporto: basta essere un atleta che vuole gestire la pressione con gli strumenti giusti.
Nota: Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce una valutazione professionale personalizzata. Per qualsiasi problematica relativa alla salute mentale, anche in ambito sportivo, è consigliabile rivolgersi a un professionista qualificato iscritto all'Ordine degli Psicologi.

Anna Conti