Il 17 aprile 2026, durante un'intervista su Pechino Express 2026 (Sky), Jo Squillo ha condiviso una confessione che ha commosso il pubblico: "Ho provato ad avere figli, ma ho scoperto che non potevo. Ho lavorato, non ho avuto il tempo di dedicarmi alla famiglia. Poi è arrivato un uragano." Parole crude e sincere, che aprono una conversazione spesso tabù: il legame tra carriera femminile, stress cronico e fertilità.
La DJ e artista italiana, 62 anni, è da decenni uno dei volti più riconoscibili della musica pop italiana. La sua confessione, però, tocca una realtà che riguarda milioni di donne: quando il lavoro lascia poco spazio alla famiglia, quali conseguenze ha sulla salute riproduttiva?
Lavoro intenso e fertilità: esiste davvero un legame?
La risposta, secondo la letteratura medica, è sì — e il meccanismo è più complesso di quanto sembri.
Lo stress cronico da lavoro attiva l'asse HPA (ipotalamo-ipofisi-surrene), che regola la produzione di cortisolo. Livelli persistentemente elevati di cortisolo possono interferire con la produzione degli ormoni riproduttivi — in particolare con LH (ormone luteinizzante) e FSH (ormone follicolo-stimolante) — riducendo la regolarità del ciclo ovarico e, in alcuni casi, compromettendo la qualità degli ovociti.
Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, circa il 15-20% delle coppie italiane affronta difficoltà di concepimento, e tra le cause femminili riconosciute figurano anche fattori comportamentali e ambientali legati a stili di vita intensi. Questo non significa che il lavoro causi direttamente l'infertilità — ma può essere uno dei tasselli di un quadro più complesso.
Il fattore età: la finestra che non si aspetta
Nel caso di Jo Squillo, c'è anche un elemento temporale. La fertilità femminile inizia a diminuire significativamente dopo i 35 anni, con un calo più rapido dopo i 40. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, una donna a 30 anni ha circa il 20% di probabilità di concepimento per ciclo; a 40 anni, questa probabilità scende a meno del 5%.
Molte donne che hanno costruito una carriera solida si trovano a confrontarsi con questo dato biologico solo quando decidono di "fermarsi" — e scoprono che il tempo biologico non si è fermato con loro. Non è una colpa, ma è una realtà che i medici raccomandano di affrontare con informazione precoce.
La preservazione della fertilità: un'opzione ancora poco diffusa in Italia
Negli ultimi anni, la crioconservazione degli ovociti — il cosiddetto "social freezing" — è diventata una possibilità concreta per le donne che vogliono posticipare la maternità. In Italia, questa pratica è legale ma meno accessibile rispetto ad altri paesi europei, sia per ragioni economiche (i costi variano tra 3.000 e 6.000 euro per un ciclo di stimolazione e congelamento, non sempre rimborsati dal SSN) sia culturali.
I ginecologi raccomandano di considerare questa opzione idealmente prima dei 35 anni, quando la qualità degli ovociti è ancora buona. Ma la consapevolezza di questa possibilità è ancora limitata tra le donne italiane.
I segnali da non ignorare
Spesso le donne con problemi di fertilità non presentano sintomi evidenti. Tuttavia, ci sono alcune situazioni che dovrebbero spingere a consultare un ginecologo o uno specialista in medicina della riproduzione:
- Ciclo irregolare o assente da più di tre mesi (non legato a gravidanza)
- Mestruazioni molto dolorose o abbondanti che interferiscono con la vita quotidiana (possibile segnale di endometriosi)
- Più di 12 mesi di rapporti non protetti senza concepimento (6 mesi se si hanno più di 35 anni)
- Storia di infezioni pelviche o interventi chirurgici all'addome/utero
- Stress cronico, sonno disturbato, calo di peso o aumento improvvisi
Il dialogo con il proprio corpo: cosa può fare la medicina oggi
La medicina della riproduzione ha fatto passi enormi negli ultimi vent'anni. Oggi esistono strumenti diagnostici precisi — come la valutazione della riserva ovarica con il dosaggio dell'AMH (ormone anti-mülleriano) e l'ecografia antrale — che permettono di avere un quadro chiaro della propria situazione riproduttiva anche prima di incontrare difficoltà di concepimento.
Questi esami possono essere effettuati da qualsiasi ginecologo e sono particolarmente raccomandati alle donne tra i 28 e i 38 anni che vogliono pianificare una gravidanza futura. Il risultato non è una sentenza, ma uno strumento di consapevolezza: sapere per decidere meglio.
Quando i risultati indicano una riserva ovarica ridotta, le opzioni non mancano: dalla stimolazione ovarica alla procreazione medicalmente assistita (PMA) — che in Italia è regolata dalla Legge 40/2004 — fino alle tecniche più avanzate disponibili nei centri specializzati. La chiave è non aspettare troppo prima di informarsi.
Quando rivolgersi a uno specialista
La confessione di Jo Squillo è un invito potente alla riflessione. Non si tratta di scegliere tra carriera e famiglia, ma di avere le informazioni giuste per decidere consapevolmente. Il primo passo è sempre una visita ginecologica con valutazione della riserva ovarica (AMH + ecografia antrale) — un esame semplice e accessibile che dà un'idea chiara della situazione.
Se hai dubbi sulla tua fertilità, o vuoi semplicemente informarti sulle opzioni disponibili, un consulto con uno specialista in ginecologia o medicina della riproduzione è il punto di partenza. Su Expert Zoom trovi professionisti qualificati che possono accompagnarti in questo percorso: leggi anche l'esperienza di Danielle Collins con endometriosi e fertilità.
Nota: questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere medico. Per qualsiasi dubbio sulla propria salute riproduttiva, rivolgersi a un medico specialista.

Anna Conti