45 anni dall'attentato a Wojtyla: perché gli psicologi italiani studiano ancora il suo perdono

Giovanni Paolo II alla Biblioteca Vaticana, foto storica di archivio

Photo : White House Photographic Collection / Wikimedia

5 min di lettura 14 maggio 2026

Roma, mercoledì 13 maggio 2026. Sono passati esattamente 45 anni da quando, in piazza San Pietro, Mehmet Ali Ağca premette il grilletto e colpì due volte Giovanni Paolo II. Il Papa sopravvisse. Quattro giorni dopo, dal Regina Coeli, pronunciò la frase che ancora oggi compare nei manuali di psicologia del trauma: "Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato".

Quasi mezzo secolo dopo, gli psicologi italiani specializzati nella cura dei sopravvissuti a violenze gravi citano ancora quel gesto. Non per ragioni religiose, ma per una constatazione clinica: il perdono, quando arriva, accelera la guarigione del trauma.

Cosa successe il 13 maggio 1981

Erano le 17:19. Giovanni Paolo II stava attraversando la folla in piazza San Pietro a bordo della jeep scoperta. Ali Ağca, killer turco di 23 anni, sparò due colpi di pistola con una Browning HP. Il primo perforò l'addome del Papa, il secondo lo ferì alla mano e al braccio. Il pontefice perse molto sangue.

L'ambulanza lo trasportò al Policlinico Gemelli, dove fu sottoposto a un intervento chirurgico di oltre cinque ore. Come ricorda l'Osservatore Romano nella ricostruzione pubblicata nel maggio 2026 per il 45° anniversario, fu salvato per pochi millimetri. La traiettoria del proiettile, secondo il chirurgo Francesco Crucitti, "deviò in modo inspiegabile" evitando l'aorta addominale.

Ma l'episodio che resta nei manuali di psicologia non è la sopravvivenza fisica. È quello che il Papa fece due anni e mezzo dopo: il 27 dicembre 1983 si recò al carcere di Rebibbia e parlò per circa venti minuti con Ali Ağca, da solo, dietro una porta chiusa. "Ho parlato con lui come si parla con un fratello", disse poi Wojtyla, in una testimonianza riportata da Vatican News.

Perché il perdono interessa la psicologia clinica

Il Ministero della Salute italiano, nei documenti dedicati alla salute mentale, riconosce l'impatto del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) sulla popolazione adulta. Secondo i dati del rapporto sulla salute mentale 2024 pubblicati dal Ministero, oltre 845.000 persone sono state assistite dai servizi specialistici nel corso dell'anno per disturbi mentali di varia natura, una quota significativa dei quali riconducibile a eventi traumatici.

Il trauma da aggressione fisica grave, come quello subito da Wojtyla, attiva nei mesi successivi un quadro clinico tipico: flashback intrusivi, ipervigilanza, evitamento dei luoghi associati all'evento, alterazioni dell'umore, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno. Senza intervento, può cronicizzarsi e durare anni.

La ricerca clinica sviluppata negli ultimi vent'anni ha individuato il "perdono" come una delle vie terapeutiche più studiate per uscire da questa spirale. Non si tratta di un gesto religioso, ma di un processo psicologico in più fasi che ha ricevuto attenzione crescente nella letteratura scientifica internazionale.

Le 3 fasi del perdono come strumento di guarigione

Gli psicologi del trauma, ispirati anche dai modelli sviluppati dallo psicologo statunitense Robert Enright e poi adottati in molti centri clinici europei, descrivono tre fasi principali.

1. Riconoscimento. Il sopravvissuto riconosce ciò che è accaduto, non lo minimizza, accetta la portata della ferita subita. È la fase più dolorosa, in cui spesso emergono rabbia intensa, vergogna, senso di ingiustizia. Wojtyla, secondo le testimonianze raccolte negli anni, non rinnegò mai la necessità della giustizia: chiese che Ağca scontasse la sua pena fino in fondo. Il perdono cristiano non era assoluzione dalle conseguenze legali.

2. Decisione. Il sopravvissuto sceglie consapevolmente di non lasciare che l'aggressore continui a "occupare spazio" nella propria vita psichica. È una scelta di liberazione, non di assoluzione. Il perdono non significa dimenticare né minimizzare la colpa altrui. È una decisione cognitiva che precede il lavoro emotivo successivo.

3. Lavoro emotivo. Il sopravvissuto rielabora gradualmente le emozioni legate all'aggressione attraverso un percorso che può durare mesi o anni. Il colloquio diretto con l'aggressore, quando possibile e clinicamente indicato, può accelerare il processo. È quanto accadde nel dicembre 1983 a Rebibbia, con un incontro che molti psicologi del trauma considerano un esempio paradigmatico.

Cosa significa per chi soffre oggi di un trauma

Il perdono, sottolineano gli psicologi italiani, non è obbligatorio. Non tutti i sopravvissuti riescono ad arrivarci, e nessun terapeuta serio lo impone come tappa obbligata. Ma per chi lo raggiunge, gli studi clinici pubblicati negli ultimi anni mostrano riduzione dei sintomi depressivi, miglioramento del sonno, ricostruzione del senso di sicurezza personale, minor rischio di sviluppare comorbidità come l'abuso di sostanze.

In Italia, chi sta affrontando le conseguenze di un trauma grave — aggressione, incidente stradale, lutto improvviso, violenza domestica — può rivolgersi al Centro di Salute Mentale (CSM) della propria ASL territoriale, ai servizi di psicologia clinica ospedalieri, o a uno psicologo o psicoterapeuta privato iscritto all'Ordine. Il percorso EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), riconosciuto come terapia efficace per il PTSD da numerose linee guida internazionali, è disponibile in molti centri pubblici e privati con costi contenuti.

Per i personaggi pubblici esposti a forme di pressione emotiva intensa, come nel caso degli artisti ai Grammy 2026 monitorati dagli psicologi per ansia da performance, il supporto psicologico professionale è ormai considerato parte integrante della tutela della salute, non un'opzione di lusso.

Quello che resta, 45 anni dopo

Giovanni Paolo II è morto nel 2005 ed è stato canonizzato da Papa Francesco il 27 aprile 2014. Ali Ağca è stato rilasciato dal carcere ed è tornato a vivere in Turchia, con occasionali apparizioni pubbliche e dichiarazioni controverse. Le ragioni profonde dell'attentato — pista bulgaro-sovietica, "lupi grigi" turchi, complotti internazionali — restano in parte oscure, come ricorda l'AGI nel dossier pubblicato nel maggio 2026.

Ma il gesto del 17 maggio 1981, quel "perdono sincero" pronunciato pochi giorni dopo la sparatoria, è diventato un caso di studio. Non per dimostrare la santità di un Papa, ma per mostrare che il perdono — quando è autentico, libero e non imposto — può essere anche una scelta clinica capace di restituire al sopravvissuto la libertà che l'aggressore aveva cercato di togliergli.

Per chi oggi convive con le conseguenze di un trauma, il primo passo non è il perdono. È rivolgersi a uno specialista qualificato, fissare la prima visita, accettare che il percorso può essere lungo. Quello che ha fatto Wojtyla 45 anni fa è arrivato dopo, e per una via personale che resta unica.

Le informazioni in questo articolo hanno scopo divulgativo e non sostituiscono una valutazione psicologica professionale. Chi soffre di sintomi da trauma può rivolgersi al Centro di Salute Mentale della propria ASL o a uno psicologo iscritto all'Ordine.

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