L'intervista di Fabio Savi a "Quarto Grado" del 29 maggio 2026 ha riaperto ferite che non si sono mai chiuse davvero. L'ex membro della Banda dell'Uno Bianca, che sconta l'ergastolo nel carcere di Bollate, ha negato categoricamente le teorie sulle coperture dei Servizi Segreti — contraddicendo il fratello Roberto — e ha chiesto di essere ascoltato dalla Procura di Bologna. Mentre il caso torna sui teleschermi italiani, le famiglie delle 24 vittime si chiedono cosa possano ancora fare, concretamente, sul piano legale dopo trent'anni.
La Banda dell'Uno Bianca: trent'anni di condanne
La Banda dell'Uno Bianca operò tra l'Emilia-Romagna e le Marche dal 1987 al 1994, compiendo 103 azioni criminali: rapine, sparatorie, omicidi. Il bilancio finale fu di 24 morti e 115 feriti. I fratelli Roberto e Fabio Savi, entrambi ex agenti di polizia, furono arrestati nel novembre 1994 e condannati all'ergastolo in via definitiva.
Le pene sono state irrevocabili da decenni. Eppure il caso non è chiuso del tutto. Secondo quanto riportato da ANSA il 29 maggio 2026, la Procura di Bologna ha avviato un'inchiesta bis per cercare eventuali complici rimasti liberi — un elemento che cambia in modo significativo il quadro dei diritti spettanti alle famiglie delle vittime.
Il D.lgs 212/2015: la norma che ha cambiato tutto
In molti ignorano che nel 2015 l'Italia ha recepito la Direttiva europea 2012/29/UE, approvando il Decreto Legislativo 15 dicembre 2015, n. 212, che ha ridefinito in modo organico i diritti delle vittime nei procedimenti penali.
Questa norma non riguarda solo i casi recenti. Si applica anche a procedimenti ancora aperti, come quello dell'Uno Bianca, dove l'inchiesta bis potrebbe portare a nuovi imputati. In presenza di indagini attive, le famiglie delle vittime hanno diritto a:
- Ricevere informazioni sulle decisioni della Procura che incidono sul procedimento
- Prendere visione degli atti depositati, previa autorizzazione del pubblico ministero
- Presentare memorie e indicare elementi di prova ai sensi dell'articolo 90 del codice di procedura penale
- Essere ascoltate prima di eventuali decisioni di archiviazione
- Ricevere assistenza legale gratuita, in alcuni casi, attraverso il patrocinio a spese dello Stato
Si tratta di diritti che molte famiglie non esercitano semplicemente perché non sanno di averli. Un avvocato penalista specializzato in diritti delle vittime è la figura più adatta per attivare questi strumenti.
Il risarcimento civile: quando è ancora possibile
Una delle domande più frequenti tra le famiglie delle vittime di reati gravi è se possano ancora agire in sede civile. La risposta, per il caso dell'Uno Bianca, richiede una distinzione precisa.
Nei confronti dei condannati già in carcere — Roberto e Fabio Savi — l'azione civile di risarcimento del danno è prescritta. Ma se l'inchiesta bis dovesse portare all'identificazione di nuovi responsabili ancora liberi, le famiglie potrebbero costituirsi parte civile in quel nuovo procedimento penale, richiedendo il risarcimento del danno materiale e morale.
Esiste inoltre un canale alternativo: il Fondo di indennizzo statale per le vittime di reati violenti intenzionali, istituito dal Decreto Legislativo 204/2007. Questo fondo è stato pensato proprio per i casi in cui i responsabili siano stati condannati ma non abbiano mai risarcito le vittime. Un avvocato specializzato può valutare se le condizioni — tra cui la dimostrazione di aver tentato il recupero del danno e l'assenza di pagamento — siano soddisfatte caso per caso.
Le dichiarazioni televisive: un diritto con limiti precisi
L'associazione dei familiari delle vittime dell'Uno Bianca ha definito le interviste televisive dei fratelli Savi "uno stillicidio" — un termine che riflette il peso emotivo di vedere i responsabili tornare ripetutamente sui teleschermi. Ma sul piano legale, la questione è più articolata di quanto sembri.
I detenuti ergastolani possono rilasciare dichiarazioni pubbliche tramite intermediari autorizzati, e questo rientra nei diritti fondamentali della persona anche in stato di detenzione. Tuttavia, le dichiarazioni rese in televisione non hanno alcun valore probatorio e non possono essere usate direttamente in un processo.
La differenza è sostanziale: Fabio Savi ha anche scritto alla Procura di Bologna chiedendo di essere ascoltato in sede giudiziaria. Se la Procura accetterà, quelle dichiarazioni diventeranno atti processuali verificabili — un fatto che i legali delle famiglie delle vittime potranno monitorare e, se del caso, utilizzare.
Come tutelarsi: il primo passo è informarsi
Se fate parte di una famiglia vittima di un reato grave — anche avvenuto decenni fa — e volete capire cosa potete ancora fare sul piano legale, il consiglio di un avvocato penalista è il punto di partenza. Non si tratta solo di risarcimento economico: si tratta del diritto di essere presenti in un procedimento, di essere ascoltati, di esigere che gli atti processuali siano accessibili.
Come dimostra il caso dell'Uno Bianca, trent'anni di carcere non chiudono necessariamente tutti i capitoli di una storia criminale. E la legge italiana prevede strumenti concreti perché le vittime non debbano aspettare passivamente che la giustizia faccia il suo corso senza di loro.
Per approfondire come il diritto penale italiano tutela le vittime di violenza anche a distanza di anni, leggi anche: Willy Monteiro e i diritti delle vittime di violenza: cosa dice il diritto penale italiano.
Nota: Questo articolo ha finalità informative e non costituisce consulenza legale. Per valutare la propria situazione specifica, è consigliabile rivolgersi a un avvocato penalista abilitato.

Sofia Gallo