Il 19 agosto 2026, i liquidatori di China Evergrande Group — lo studio Alvarez & Marsal, lo stesso che gestì il fallimento di Lehman Brothers — hanno presentato ricorso contro la Securities and Futures Commission (SFC) di Hong Kong davanti all'Alta Corte della città. L'udienza segue di soli tre mesi il braccio di ferro con PwC, ex revisore del gruppo, iniziato a maggio 2026. Per chi ha investito in obbligazioni offshore del colosso immobiliare cinese, questa escalation legale porta una notizia amara: la liquidazione è bloccata, i rimborsi restano quasi nulli e ogni mese che passa riduce ulteriormente il valore recuperabile.
Il collasso da 45 miliardi: peggio del previsto
Quando il tribunale di Hong Kong ordinò la liquidazione di Evergrande nel gennaio 2024, il debito totale del gruppo era stimato ufficialmente in 27,5 miliardi di dollari. I liquidatori hanno poi scoperto che la realtà era molto più grave: le passività effettive superano i 45 miliardi di dollari, quasi il doppio delle cifre comunicate agli investitori. Alvarez & Marsal ha dichiarato che "qualsiasi ristrutturazione olistica è fuori portata". Per i creditori offshore, significa che non ci sarà un piano di rimborso negoziato: si recupera quello che si riesce a recuperare in sede giudiziale, e non di più.
La crisi era esplosa nel settembre 2021, quando Evergrande saltò il rimborso di cedole su obbligazioni denominate in dollari. In cinque anni di espansione sfrenata, il gruppo aveva accumulato debiti pari a circa il 2% del PIL cinese, aveva prevenduto centinaia di migliaia di appartamenti mai consegnati e aveva usato la liquidità dei nuovi acquirenti per onorare i vecchi creditori — una struttura che le autorità cinesi hanno equiparato a pratiche piramidali nel settore immobiliare.
Il governo di Pechino ha stabilito una gerarchia precisa nelle priorità di rimborso: prima gli acquirenti di abitazioni sulla terraferma cinese, poi i fornitori locali, infine i creditori offshore. Gli obbligazionisti internazionali — fondi pensione anglosassoni, banche europee, investitori privati — si trovano in fondo alla lista, senza alcun privilegio legale riconosciuto dalle corti cinesi.
Perché il 19 agosto cambia poco e perché questo è il vero problema
Il ricorso all'SFC del 19 agosto 2026 riguarda il mancato accesso a documenti e comunicazioni scambiate tra Evergrande e il suo ex revisore PwC: dati cruciali per ricostruire il percorso dei flussi finanziari prima del collasso. La SFC si oppone alla divulgazione invocando la riservatezza delle indagini in corso. È una battaglia sulla trasparenza, non ancora sul recupero dei fondi — e questa distinzione è fondamentale per capire perché gli investitori stanno perdendo tempo prezioso.
Il nodo centrale è geografico: circa il 90% degli asset di Evergrande si trova sulla terraferma cinese, fuori dalla giurisdizione del liquidatore di Hong Kong. Alvarez & Marsal può agire sugli asset offshore, ma non può sequestrare i terreni e i cantieri in Cina senza il consenso delle autorità locali — consenso che, a due anni e mezzo dall'ordine di liquidazione, non è ancora arrivato.
Le stime di recupero per gli obbligazionisti offshore variano tra 2 e 4 centesimi per ogni dollaro investito, secondo analisti di Fitch e S&P citati da CNBC nell'agosto 2025. In assenza di un accordo stragiudiziale, ogni anno aggiuntivo di contenzioso erode ulteriormente questo residuo, poiché i costi legali di Alvarez & Marsal vengono addebitati alla massa fallimentare prima di qualsiasi distribuzione ai creditori.
Per chi nel 2026 detiene ancora in portafoglio obbligazioni dirette o fondi esposti a Evergrande, la situazione è questa: le borse asiatiche mostrano segnali di rimbalzo dal crollo del biennio 2022-2023, ma il settore immobiliare cinese resta problematico e gli altri grandi emittenti in difficoltà — Country Garden, Sunac, Kaisa — sono in varie fasi di ristrutturazione.
Il rischio per i risparmiatori italiani
L'Italia non dispone di statistiche ufficiali disaggregate sull'esposizione retail ai bond Evergrande, ma CONSOB ha rilevato che nel periodo 2018-2021 numerosi intermediari collocarono presso la clientela privata fondi obbligazionari esposti al settore immobiliare cinese, con rendimenti nominali pubblicizzati tra il 7% e il 10% annuo. Tassi che avrebbero dovuto essere un campanello d'allarme, non un argomento di vendita.
Come ricorda la sezione educazione finanziaria di CONSOB, il rendimento elevato di un titolo di debito non è mai separabile dal rischio di credito dell'emittente e dal rischio paese. Un'obbligazione con rating CCC — il livello al quale i bond Evergrande erano stati declassati già nel 2021 — ha una probabilità storica di default tra il 30% e il 45% su un orizzonte di cinque anni, secondo le tavole di default Standard & Poor's.
Chi si trova ancora in portafoglio fondi con esposizione a emittenti del real estate cinese in difficoltà affronta tre problemi sovrapposti: la perdita secca del capitale, la difficoltà di monetizzare la perdita a fini fiscali (se il fondo non è stato ancora svalutato a zero dal gestore), e la necessità di ripensare l'intera allocazione geografica del rischio.
Il caso di Riccardo: quanto pesa davvero la perdita a 57 anni
Prendiamo il caso di Riccardo, commercialista di Torino, 57 anni, con un portafoglio previdenziale da 380.000 euro. Nel 2020, su consiglio del suo promotore finanziario, aveva destinato il 15% del patrimonio — cioè 57.000 euro — a un fondo obbligazionario specializzato in high yield asiatico, attratto da un rendimento atteso dell'8% annuo che avrebbe accelerato il raggiungimento dell'obiettivo pensionistico a 65 anni.
Se il fondo recupera 3 centesimi per euro (scenario ottimistico nella fascia stimata): Riccardo recupera circa 1.710 euro dei 57.000 investiti. Considerando i dividendi mai distribuiti nei quattro anni in cui il fondo ha sospeso le erogazioni (2022-2026), il costo-opportunità rispetto a un BTP a 5 anni nello stesso periodo supera i 14.000 euro aggiuntivi. La perdita complessiva si avvicina a 69.000 euro, pari a quasi il 18% del patrimonio totale.
Se il fondo è svalutato a zero (scenario più probabile per chi ha esposizione indiretta tramite OICR): l'impatto sul portafoglio residuo è del 15%. A 57 anni, con un orizzonte di pensionamento a 65 anni, Riccardo ha 8 anni per colmare il gap. Per tornare al punto di partenza sulla quota perduta, il portafoglio rimanente deve generare un rendimento aggiuntivo netto di circa l'1,9% annuo — realizzabile ma non scontato, e solo con una riallocazione strutturata che riduca il costo dei prodotti e ottimizzi la fiscalità.
La regola da applicare oggi: se la tua esposizione complessiva ad asset ad alto rischio — bond high yield, mercati emergenti, immobiliare non liquido, criptovalute — supera il 15% del patrimonio totale e il tuo profilo MiFID II dichiarato è conservativo o moderato, allora l'intermediario che ha autorizzato quella composizione potrebbe aver violato i requisiti di adeguatezza previsti dal D.Lgs. 58/1998 (TUF) e dalla normativa ESMA di attuazione MiFID II. In questo caso, un reclamo formale all'Arbitro Bancario Finanziario (ABF) o a CONSOB è uno strumento concreto — e gratuito — per far valere i propri diritti.
Il termine di prescrizione per l'azione di responsabilità contro l'intermediario è di cinque anni dalla scoperta del danno (art. 23 TUF). Con la liquidazione di Evergrande ancora in corso e il valore residuo ancora indeterminato, il momento in cui il danno si considera "definitivo" è oggetto di interpretazione giuridica — il che può estendere la finestra utile per agire, ma è opportuno consultare un consulente prima che trascorra troppo tempo.
Cosa fare adesso: tre passi concreti
La crisi Evergrande ha confermato un principio che i consulenti patrimoniali indipendenti ripetono da anni: la diversificazione geografica non protegge se non è accompagnata da diversificazione regolamentare. Un portafoglio con bond europei, americani e cinesi è formalmente diversificato per area, ma i bond cinesi offshore non godono della stessa protezione giuridica di quelli europei. Questo rischio legale non compare nei prospetti informativi, ma è reale e si misura in centesimi di recupero su ogni euro investito.
Le priorità immediate per chi è ancora esposto al rischio immobiliare cinese sono tre. Prima, verificare se l'esposizione residua ai fondi coinvolti è già stata svalutata dal gestore e in quale misura — molti risparmiatori non sanno che il loro fondo è già stato ridotto a zero in rendiconto. Seconda, valutare con un consulente fiscale se la perdita può essere dichiarata in dichiarazione dei redditi per compensare eventuali plusvalenze dello stesso anno o dei quattro anni successivi. Terza, richiedere copia del profilo MiFID II firmato al momento della sottoscrizione per confrontarlo con la composizione effettiva del portafoglio: se c'è disallineamento, c'è un reclamo.
Un consulente patrimoniale indipendente — iscritto all'OCF (Organismo dei Consulenti Finanziari) e privo di conflitti di interesse con l'intermediario che ha collocato il fondo — è la figura più adatta ad accompagnare questo percorso, dalla verifica documentale fino all'eventuale presentazione del reclamo formale.
Nota: questo articolo ha finalità informativa e giornalistica. Non costituisce consulenza finanziaria, legale o fiscale personalizzata. Per valutare la propria situazione patrimoniale specifica, consultare un professionista abilitato.

Alessandro Conti