Andrea Tempestini, la morte del vicedirettore di Libero: cosa rivela sulla salute mentale dei giornalisti

Giornalista stressato alla scrivania in redazione di notte, schermi con notizie urgenti e carte sparse

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6 min di lettura 29 settembre 2026

La notizia ha scosso il mondo del giornalismo italiano: Andrea Tempestini, 40 anni, vicedirettore del quotidiano Libero, è stato trovato senza vita nella cantina della sua abitazione milanese il 28 settembre 2026. L'allarme era stato dato da un familiare nella serata di lunedì. Una perdita improvvisa che ha riacceso il dibattito su un tema ancora troppo spesso rimasto in ombra: la salute mentale dei professionisti dell'informazione.

Tempestini aveva costruito la sua carriera con metodo e dedizione. Entrato a Libero nel 2010 dopo esperienze con Il Sole 24 Ore, aveva progressivamente assunto responsabilità crescenti — dalla gestione digitale alle strategie SEO, fino alla nomina a vicedirettore nel 2025. Dietro questo percorso di successo si cela la realtà di una categoria professionale che affronta ogni giorno pressioni enormi e spesso invisibili.

Nota: questo articolo tratta temi legati alla salute mentale e al malessere psicologico. Se sei in difficoltà, contatta il tuo medico di base o il numero di emergenza 118. Il supporto professionale è sempre disponibile.

La pressione invisibile nelle redazioni

Il settore dei media è storicamente tra quelli con i livelli più elevati di stress lavorativo. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità (ISS), le professioni ad alto carico emotivo e informativo — tra cui il giornalismo — registrano tassi di burnout e disturbi d'ansia significativamente superiori alla media nazionale italiana.

Le cause sono strutturali: cicli di notizie attivi h24, scadenze continue, la pressione amplificata dai social media, la precarietà contrattuale diffusa e, soprattutto, il peso emotivo di un lavoro che espone quotidianamente a violenza, crisi e sofferenza altrui. Per chi ricopre ruoli direttivi si aggiungono la gestione di un team sotto pressione, la visibilità pubblica e l'aspettativa di performance costante, senza pause garantite.

Una ricerca del Reuters Institute for the Study of Journalism (Università di Oxford, 2024) ha rilevato che oltre il 40% dei giornalisti europei ha sperimentato sintomi di ansia o depressione durante l'attività lavorativa. Meno del 20% ha cercato supporto professionale. Una forbice preoccupante, specchio del tabù ancora profondamente radicato attorno alla salute mentale nelle redazioni italiane ed europee.

La reazione dell'esperto: un disagio che si accumula in silenzio

Psicoterapeuti e specialisti del benessere lavorativo sottolineano da anni un paradosso: i giornalisti sono tra i professionisti più abili nel raccontare le crisi degli altri, ma tra i meno inclini a riconoscere il proprio disagio. In un ambiente altamente competitivo, ammettere di star male viene spesso vissuto come una vulnerabilità professionale che si preferisce nascondere.

Il profilo emerso dalla letteratura specialistica è chiaro: il burnout nei professionisti dei media ha caratteristiche specifiche. Rispetto ad altre categorie, l'esposizione continua a eventi traumatici — guerre, disastri naturali, violenza — crea un accumulo di trauma vicario che raramente viene elaborato, perché "fa parte del lavoro". Con il passare degli anni, questo peso diventa insostenibile senza strumenti adeguati.

Il Ministero della Salute italiano definisce il burnout come "una sindrome risultante da stress cronico sul posto di lavoro non gestito con successo", caratterizzata da tre dimensioni clinicamente rilevanti: esaurimento emotivo, cinismo o distacco progressivo, riduzione della capacità professionale percepita. Quando queste tre dimensioni coesistono per più di quattro settimane, il confine tra stress ordinario e patologia clinica viene superato e l'intervento di uno specialista diventa necessario.

Il caso concreto: quando iniziare a preoccuparsi davvero

Immaginate il caso di un redattore 37enne che coordina una piccola redazione online. Negli ultimi sei mesi il suo carico di lavoro è aumentato del 35% — tagli al personale hanno ridotto il team da cinque a tre persone. Produce 10-12 contenuti al giorno, monitora i social media h24 e gestisce le relazioni con i collaboratori freelance. Da quattro mesi dorme in media meno di cinque ore per notte. La domenica controlla le e-mail ogni trenta minuti. Ha smesso di vedere gli amici. Si sente esausto già al mattino.

Questo scenario è clinicamente rilevante. Secondo i criteri del DSM-5 — il manuale diagnostico internazionale utilizzato da psichiatri e psicologi in tutto il mondo — se i sintomi descritti persistono per più di quattro settimane consecutive e interferiscono con il funzionamento quotidiano, si configura un quadro clinico che richiede valutazione professionale immediata.

In pratica, le soglie di allerta sono precise:

  • Sonno compromesso più di 4 notti a settimana per più di 3 settimane consecutive → colloquio con uno psicologo entro 2 settimane
  • Perdita di interesse o piacere per attività precedentemente apprezzate che dura più di 2 settimane → segnale clinico di allerta, consulto entro 30 giorni
  • Pensieri negativi ricorrenti, senso di vuoto o inutilità che persistono → consultare uno specialista entro una settimana, senza rimandare

In questo scenario concreto, uno psicoterapeuta avrebbe identificato già al terzo mese un burnout di secondo stadio. Con un intervento precoce — tipicamente 10-12 sessioni di terapia cognitivo-comportamentale — la probabilità di recupero completo della funzionalità lavorativa supera l'80%, secondo le linee guida della Società Italiana di Psicoterapia. Se invece i segnali vengono ignorati, il rischio è che il disagio evolva verso forme di depressione maggiore o disturbi d'ansia generalizzata, condizioni che richiedono trattamenti molto più lunghi e intensivi.

I numeri del disagio nelle redazioni italiane

Il panorama italiano è preoccupante. L'Ordine dei Giornalisti conta oltre 55.000 iscritti, ma più del 60% lavora con contratti atipici — collaborazioni, partite IVA, freelance con redditi irregolari. La precarietà economica amplifica esponenzialmente lo stress psicologico: a fronte di carichi di lavoro crescenti, la sicurezza economica e professionale si assottiglia ulteriormente.

La morte di Tempestini giunge in un momento in cui il settore dei media italiani affronta una delle sue crisi strutturali più profonde: crollo delle copie cartacee, tagli sistematici al personale, pressione della trasformazione digitale. Chi rimane in redazione porta spesso sulle spalle il peso di chi se n'è andato, senza che il carico venga redistribuito.

Secondo i dati dell'Istituto Superiore di Sanità, le condizioni di lavoro stressogene rappresentano il principale fattore di rischio per i disturbi mentali comuni in Italia. In un arco di cinque anni, circa il 27% della popolazione lavorativa sperimenta almeno un episodio significativo di disagio psicologico legato al contesto professionale.

Cosa fare concretamente: i percorsi disponibili

Per i professionisti dei media — e per chiunque si riconosca nei segnali descritti — esistono percorsi accessibili:

Attraverso il Servizio Sanitario Nazionale: il medico di base può prescrivere una prima valutazione psicologica gratuita presso i Centri di Salute Mentale (CSM) presenti in ogni ASL italiana. I tempi medi di attesa per un primo colloquio si aggirano tra le 2 e le 4 settimane.

Attraverso professionisti privati: uno psicoterapeuta con specializzazione in psicologia del lavoro e burnout può essere consultato direttamente. I professionisti della salute su Expert Zoom sono disponibili per un primo colloquio orientativo, online o in presenza, permettendo di confrontare disponibilità e approcci prima di iniziare un percorso terapeutico. Per un quadro più ampio sulle opportunità di consulenza professionale in Italia nel 2026, leggi anche il nostro approfondimento sui professionisti e consulenti italiani.

In caso di crisi acuta: il numero di emergenza nazionale è il 118. Per supporto psicologico immediato non urgente, il Telefono Amico è raggiungibile al 02 2327 2327, mentre i Centri di Ascolto locali sono presenti su tutto il territorio nazionale.

Per chi lavora in aziende strutturate, il responsabile HR può attivare percorsi aziendali di supporto psicologico. In Italia, il D.Lgs. 81/2008 sulla sicurezza sul lavoro prevede la valutazione obbligatoria dei rischi psicosociali come responsabilità del datore di lavoro: un diritto che i lavoratori possono invocare.

Una conversazione che non si può rimandare

La morte di Andrea Tempestini non dovrebbe ridursi a un necrologio tra i tanti. Dovrebbe diventare l'occasione per aprire una conversazione che le redazioni italiane rinviano da troppi anni: come si tutela concretamente la salute mentale di chi racconta il mondo ogni giorno?

Le redazioni che investono in programmi strutturati di benessere psicologico — colloqui periodici con professionisti, policy chiare di disconnessione, formazione sul riconoscimento precoce del burnout — registrano tassi di assenteismo più bassi e una maggiore fidelizzazione dei giornalisti. Non è solo un imperativo etico: è anche una scelta di gestione razionale delle risorse umane.

Per chiunque — giornalista o meno — si trovi in un momento di difficoltà, la scelta più importante è una sola: chiedere aiuto prima che diventi urgente. I professionisti della salute mentale su Expert Zoom offrono supporto specializzato, accessibile, senza giudizio.

Crediti fotografici : Questa immagine è stata generata dall'intelligenza artificiale.

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